PALEONTOLOGIA

Prima dell' Homo Sapiens

Il Problema dell’Origine dell’Umanità.
Storia delle principali scoperte.
Le scienze della vita, nel XIX secolo, sono state contraddistinte dalle teorie sull'evoluzione delle specie, nate con i lavori di Jean Baptiste de Lamarck (1744-1829) e che Charles Darwin (1809-1882) ha formulato in modo geniale, nel 1859, nel suo famoso libro Sull'origine delle specie per effetto della selezione naturale. Il più ardito difensore delle teorie di Darwin fu il biologo tedesco Haeckel (1834-1919), che ne trasse conseguenze filosofiche di varia natura e che fu l'ispiratore di quella formula erronea ed infelice: «L'Uomo discende dalla Scimmia».
Le differenze esistenti fra gli Ominoidei - famiglia zoologica cui apparteniamo, in quanto "Homo sapiens" - ed i Simioidei più evoluti (le Antropomorfe) sono assai caratteristiche e molto numerose, tanto da implicare due genealogie diverse, discendenti forse da una matrice comune. Tuttavia, prima di arrivare a questa conclusione, i paleontologi sono passati attraverso molti dubbi e polemiche, la cui storia merita di essere raccontata.

• Fino al termine del XVIII secolo, l'Uomo era considerato un fatto a sé nell'ambito della natura, e questo nonostante la grande corrente antireligiosa e razionalista degli anni 1750-1770. La maggioranza degli scienziati si atteneva alla cronologia biblica e lo studio dei fossili animali e vegetali non aveva cambiato in nulla le loro concezioni. Persino il grande naturalista Georges Cuvier (1769-1832) respingeva con energia l'idea che l'uomo potesse essere altrettanto antico dei grandi animali scomparsi del Quaternario, come il Mammut o il Rinoceronte villoso. Cosicché, quando Lamarck, nella sua "Filosofia zoologica" del 1809, lasciò intendere che l'Uomo aveva forse una lontana origine animale, non fu seguito da alcuno. Era universalmente riconosciuto che un diluvio aveva annientato, verso il 2300 a.C., secondo la tradizione, la quasi totalità dell'umanità (quella presente prima di Noè), umanità la cui comparsa sulla Terra, sempre secondo le cronologie bibliche, risaliva a 3000 o 4000 anni prima della nostra era. Il primo uomo, Adamo, veniva ritenuto identico a noi, suoi discendenti.
• Tuttavia, i lavori di Jean François Champollion, il grande egittologo che nel 1822 trovò nella stele di Rosetta la chiave per decifrare la scrittura geroglifica egizia, fecero nascere i primi dubbi seri. Secondo le antiche iscrizioni egizie, vi sarebbero stati, nella valle del Nilo, degli uomini civilizzati, che conoscevano la scrittura, 3000 o forse 4000 anni a.C.: questo non concordava soddisfacentemente con l'idea di un'umanità assai recente, come vuole la Bibbia. E vi è di più: questi egizi sarebbero sopravvissuti al famoso Diluvio! È sempre fra il 1820 ed il 1830 che cominciano ad essere raccolti, in ripari sotto le rocce, in Francia ed in Belgio, degli oggetti in pietra provenienti evidentemente dall'industria umana. Il concetto che nella storia, che si faceva iniziare dagli egizi, vi fosse stato un periodo in cui l'umanità era vissuta allo stato primitivo, comincia a farsi strada.
Verso il 1830, viene correntemente affermato, negli ambienti scientifici, che prima della storia, l'umanità è passata per un periodo preistorico e, nel 1836, una "Guida delle antichità nordiche", pubblicata a Copenaghen, divide i tempi «preistorici» in tre Età: della Pietra, del Bronzo e del Ferro. Le scoperte più importanti furono quelle di Boucher-de-Perthes (1788-1868), considerato come il fondatore degli studi preistorici . Nel 1838, nei pressi di Abbeville, nel Nord della Francia, Boucher-de-Perthes scoprì numerosi utensili di pietra, molto rudimentali, contemporanei, a causa della loro collocazione stratigrafica, degli animali «antidiluviani». Queste scoperte si susseguirono fino al 1860, sollevando vaste polemiche: «Queste pietre scolpite non sono lavori umani», affermavano verso il 1840 gli scienziati accademici francesi, conservatori e cattolici osservanti, nonostante la messe d'informazioni proposte non solo da Boucher-de-Perthes, ma anche dai più grandi scienziati di allora.
Facciamo tuttavia rilevare che, verso il 1860, la preistoria aveva finalmente il diritto di cittadinanza e da quel momento avrebbe preso un impulso considerevole.
• Nel 1856, vicino a Düsseldorf, nella valle del Neanderthal, degli sterratori che lavoravano in una grotta, portarono alla luce alcune ossa, fra cui una calotta cranica.
L'antropologo tedesco Schaafhausen le esaminò e ne trasse una conclusione clamorosa: quelle ossa appartenevano ad una razza umana scomparsa, dalla capacità cranica ridotta, le cui arcate sopraccigliari si congiungevano, formando una visiera, come nelle Scimmie.
L'Uomo di Neanderthal ( thal = «valle» in tedesco) era quindi, secondo Schaafhausen, un antenato dell'uomo attuale. Era stato probabilmente lui a fabbricare quelle pietre scolpite che avevano fatto scalpore fra gli studiosi, sollevando tante discussioni. Tale affermazione suscitò una quantità di polemiche negli ambienti scientifici.
L'argomento essenziale era il seguente: come si poteva sostenere l'esistenza di una razza umana del tipo Neanderthal sulla base di qualche resto osseo appartenente ad un solo individuo? Vi furono spiriti illuminati, come l'antropologo tedesco Virchow, che dichiararono trattarsi semplicemente dei resti di un individuo «anormale», microcefalo (=«col capo piccolissimo»).
Le tesi di Schaafhausen furono peraltro confermate dal ritrovamento di scheletri o di altri resti di tipo neanderthaliano.
Fu rinvenuto un cranio a Gibilterra nel 1864, degli scheletri a Spy (Belgio), nel 1886, e soprattutto degli scheletri ben conservati a La Chapelle-aux-Saints (Francia), nel 1908. Inoltre, questi scheletri erano accompagnati da utensili di pietra caratteristici o da resti di mammiferi estinti, il che non lasciava più alcun dubbio sull'antichità della «razza» di Neanderthal (circa 100.000 anni BP, secondo le cronologie moderne). L'Uomo di Neanderthal era pur dunque una specie del genere Homo, distinta, come si riteneva, dalla specie "Homo sapiens; essa venne quindi chiamata, in tutta tranquillità, Homo neanderthalensis" .
• Le scoperte neanderthaliane, su cui avremo occasione di ritornare, sono state completate dai rinvenimenti relativi all'Homo sapiens fossile: Uomo di Cro-Magnon, nel 1868: Uomo di Chancelade, nel 1896; Uomo di Grimaldi, nel 1872. Pertanto, negli anni 1870-1890, si era pervenuti a questa doppia conclusione.
- la nostra specie ( Homo sapiens ) è contemporanea dell'Età della Renna, ossia dell'epoca in cui ebbero luogo in Europa, le ultime glaciazioni quaternarie (35.00040.000 anni BP); essa era rappresentata da «razze» del tipo Cro-Magnon, Chancelade, ecc.
- prima dell' Homo sapiens sono vissuti uomini più primitivi, più «bestiali», con una capacità cranica relativamente inferiore: gli Uomini di Neanderthal o Neanderthaliani (circa 100.000 anni BP).
Nel 1859 Darwin pubblica il suo famoso libro e, seguendo le orme di Haeckel, numerosi paleontologi, ritenendo che l'uomo discenda dalle scimmie, cercano l'anello di congiunzione che colleghi l'Uomo di Neanderthal alla Scimmia. Questo essere intermedio fu battezzato ancora prima di essere scoperto: doveva trattarsi di un «Uomo-Scimmia». Dato che in greco anthropos significa «uomo» e pithecos «scimmia», venne creato il termine pitecantropo per definirlo. Rimaneva solo da scoprirlo...
• Verso il 1890, un fervente discepolo di Haeckel, l'olandese Eugenio Dubois, decise di dedicarsi alla ricerca sistematica di questo ipotetico Pitecantropo. Egli fece il seguente ragionamento sommario: se i Pitecantropi sono esistiti, essi devono per forza aver abitato le regioni calde del globo, in quanto l'uomo, come è noto, non ha un pelo che lo protegga dal freddo; pertanto i Pitecantropi dovevano essere scimmie prive di pelo o, almeno, scimmie che avevano perso il proprio pelo.
Conclusione: non sarebbe stato possibile trovare alcun Pitecantropo in Olanda, in Belgio, in Francia o in Italia ed era dunque necessario recarsi ai Tropici
Dubois ricevette quindi un incarico di medico militare nelle Indie olandesi ed iniziò a scavare incessantemente il sottosuolo di Sumatra e di Giava, a partire dal 1890.
A Sumatra non trovò nulla, mentre a Giava scoprì innanzitutto due crani nella regione di Sampoeng. Non si trattava di Pitecantropi, ma di resti d'Homo sapiens, meno antichi dell'Uomo di Cro-Magnon. I manufatti della caverna erano di tipo mesolitico (ossia intermedio fra l'industria della «pietra scolpita» e quella della «pietra levigata»).
Dubois tenne per sé la propria scoperta: egli era partito per scoprire uomini-scimmia molto antichi e non un Homo sapiens recente. Alla fine del 1891, sulle rive del fiume Solo, nel centro dell'isola di Giava, nella regione di Trinil, Dubois scoprì dei fossili di numerosi mammiferi e, in particolare, un molare ed una calotta cranica che egli attribuì ad uno Scimpanzé.
Nel 1892, a 15 metri di distanza, nel medesimo strato (denominato «strato di Trinil») egli scoprì un femore, più simile ad un femore umano che a quello di uno Scimpanzé, ed un altro dente. Dubois ritornò allora in Europa con la sua calotta cranica, il suo femore, i due denti e, dopo aver lungamente studiato questi reperti fossili, fece una comunicazione, in cui in sostanza diceva: «Questi resti provengono da un solo essere vivente, il Pitecantropo».
A questi resti, vanno aggiunti un frammento di mandibola e cinque femori, scoperti posteriormente da Dubois a Giava. Poi, per 40 anni, non si trovò più alcun resto di Pitecantropo negli strati di Trinil.
Era necessario attribuire un nome latino a questo Pitecantropo, più primitivo dell'Uomo di Neanderthal, e ricostruito con tanta pena da Dubois. Si trattava di una terza specie del genere Homo? A quell'epoca, sotto l'influsso dei preconcetti haeckeliani, non lo si credeva, dato che si riteneva trattarsi di un antenato del genere Homo. Venne quindi creato il genere Pithecanthropus precisando, tenendo conto della sua stazione verticale (dedotta grazie all'anatomia comparata): Pithecanthropus erectus ossia «Pitecantropo eretto» (il che lasciava supporre che vi potessero esser stati Pitecantropi non eretti).
• Il seguito della nostra storia copre gli anni 1900-1940.
Durante questo periodo sono stati scoperti numerosi resti umani, collegati sia all'Homo sapiens sia all'Homo neanderthalensis ed associati, più o meno regolarmente, ad industrie tipiche, descritte dai preistorici.

Sono state anche trovate, un poco ovunque nel mondo, delle vestigia di esseri umani anteriori agli Uomini di Neanderthal, ossia più o meno contemporanei del Pitecantropo di Giava. Nel frattempo si era stabilito di non servirsi più dell'appellativo di «Pitecantropi» per i nuovi ritrovamenti, in quanto, col tempo, gli eccessi filosofici di Haeckel erano stati osteggiati e si credeva sempre meno alla formula «l'Uomo discende dalla Scimmia». La prudenza scientifica prendeva il sopravvento sull'immaginazione filosofica ed i vari fossili venivano indicati col radicale «antropo» - che significa uomo - preceduto da un prefisso precisante il luogo del ritrovamento: Sinantropo per i resti rinvenuti in Cina, Atlantropo per quelli venuti alla luce in Marocco, oppure un carattere particolare del fossile (esempio: il Megantropo o Pitecantropo gigante di Giava). Abbiamo dunque.
- il Sinantropo ( Sinanthropus pekinensis ), ricostituito nel 1927-1929 da Davidson Black, sulla base di frammenti ritrovati sulla collina di Ciu-ku-Tien, presso Pechino (in questo modo si sono potuti trovare una quarantina di Sinantropi).
- i Pitecantropi giganti di Giava ( Pithecanthropus robustus e Meganthropus paleojavanicus ), ritrovati da von Koenigswald, a Giava, presso Sangiran, negli «strati di Trinil» (quindi contemporanei di quelli investigati da Dubois), nel 1936.
- l'Uomo di Mauer, detto anche Uomo di Heidelberg ( "Homo heidelbergensis" ), del quale fu scoperta una mandibola nel 1907, contemporaneo dei Pitecantropi dell'Asia.
A questo punto, il termine «Pitecantropo» è stato resuscitato per poter raggruppare questi lontanissimi antenati dell'uomo, anteriori ai Neanderthaliani.
Per concludere aggiungiamo che il sottosuolo africano ha rivelato in un secondo tempo delle vestigia che vanno loro collegate: l'Atlantropo di Ternifin (Algeria), scoperto nel 1954-1955 da Arambourg e Hoffstetter, ha ricevuto il nome di Atlanthropus mauritanicus; l'Uomo di Rabat e l'Uomo di Casablanca (1954) hanno le sue stesse caratteristiche; Leakey ha scoperto un cranio pitecantropiano, nel 1960, a Oldoway (questa è la stazione paleontologica e preistorica più importante dell'Africa. Si conoscono infine alcune vestigia decisamente più primitive di quelle neanderthaliane, ma che corrispondono a Pitecantropi più evoluti (cranio di Saldanha, nella Provincia del Capo; una decina di crani, appartenenti agli «Uomini» di Ngandong, a Giava).
• L'ultima tappa (per il momento ) è quella degli Australopitechi, scoperti nell'Africa australe (da cui il loro nome) ed orientale una cinquantina d'anni or sono.
La prima scoperta, nel 1924-1925, passò inosservata: l'inglese A. Dart aveva trovato a Taungs (Provincia del Capo, Sudafrica), nella breccia di riempimento di una caverna, i resti di un individuo di pochi anni d'età; egli lo descrisse sommariamente sotto il nome di Australopithecus africanus, pensando che si trattasse di un giovane Scimpanzé. Però, nel 1936-1938, R. Broom raccoglieva, in una grotta di Sterkfontein, presso Pretoria, dei denti ed un frammento di mandibola.
Egli li ascrisse ad una seconda specie del genere Australophitecus, che battezzò Australopithecus transvaalensis,, dato che la sua scoperta aveva avuto luogo nel Transvaal. Preso poi da uno scrupolo da sistematico, fece del suo fossile un genere a parte: Plesianthropus (da plesios = «vicino») e non si parlò più, allora, che di Plesianthropus transvaalensis (per i preistorici attuali Plesianthropus = Australopithecus ).
Nel 1938, Broom scopriva a Kromdraai, un cranio alquanto differente che attribuì ad un terzo genere ( Paranthropus ) e che chiamò Paranthropus robustus (in greco, para = «a fianco di»). Da quel momento, le ricerche sistematiche condotte da R. Broom e dai suoi collaboratori hanno portato alla scoperta di nuovi «Australopitechi» i: Paranthropus crassidens (grotta di Swartkraus, 1949), Australopithecus prometheus (grotta di Makapansgat, nel Nord del Transvaal, nel 1947-1955). Sono pure Australopitechi quelli scoperti dal Dr. Leakey e dalla moglie, nella stazione, ormai famosa di Oldoway: il Zinjantropo (1959), Homo abilis (1961). I rinvenimenti del dottor e della signora Leakey sono importanti perché, oltre alla loro antichità (1, 8 megan BP), essi sono associati a ciottoli (= pebble, in inglese) intenzionalmente adattati per servire da armi o da utensili; ben prima dell'industria della pietra scolpita o scheggiata, vi è stata dunque una «Età della pietra adattata (battuta)» o, come si usa dire, di una pebble culture . Infine, in Etiopia, nella valle dell'Omo, una spedizione internazionale, finanziata dalla Francia, dagli Stati Uniti e dal Kenya, nel 1967-1968, ha portato alla luce resti d'individui simili agli Australopitechi d'Oldoway ma la cui età risale a 2, 2 o 3 milioni d'anni BP; questi resti furono inclusi nella specie Paraaustralopithecus aethiopicus .
I risultati .
• In poco più di un secolo, i paleontologi hanno fatto retrocedere nel passato la comparsa dell'Uomo - anche se in forma assai primitiva - sulla Terra. Riassumiamo brevemente queste tappe paleontologiche.
- Homo sapiens ha circa 40.000 anni; è la specie cui apparteniamo.
Gli Homo sapiens fossili hanno lasciato tracce della loro industria e della loro arte, corrispondenti al Paleolitico superiore, al Mesolitico, al Neolitico ed alle prime Età dei Metalli.
- Homo neanderthalensis ha indubbiamente poco più di 100.000 anni; i Neanderthaliani sono scomparsi dalla superficie del globo quando le condizioni climatiche erano divenute insostenibili, in quanto il loro intelletto non era in grado di suggerire mezzi di protezione contro il freddo, mentre Homo sapiens è stato in certo qual modo salvato dalla propria intelligenza.
I Neanderthaliani hanno avuto un'industria della pietra scolpita mediamente evoluta, corrispondente al Paleolitico medio.
- I Pitecantropi formano un gruppo più primitivo, vissuto circa 400.000 anni or sono; questi bipedi assai primitivi hanno vissuto gli inizi dell'industria della pietra scolpita (Paleolitico inferiore) e sapevano produrre il fuoco.
- Gli Australopitecini, dall'Australopiteco di Dart fino allo Zinjantropo ed all' Homo abilis di Leakey o al Paraaustralopiteco della valle dell'Omo, hanno più di 2 milioni d'anni d'età. Essi camminavano eretti ed hanno conosciuto solo la pebble culture. La recente scoperta, da parte di Y. Coppens, di un essere intermedio fra gli Australopitecini ed i Pitecantropi, in uno strato villafranchiano della regione del Ciad (Africa centrale), permetterà forse di colmare il divario di 1.400.000 anni fra questi due gruppi di Ominoidei; questo essere, assai vicino all'Homo habilis è stato battezzato Tohadanthropus uxoris.
• Ricapitolazione della nomenclatura. Col procedere delle scoperte, i nomi dei fossili umani o umanoidi sono stati ripartiti, almeno fino ad epoca recente, in funzione di considerazioni molto varie che lasciano talvolta supporre l'esistenza di più generi d'Uomini: il genere Homo, Il genere Pithecanthropus, il genere Sinanthropus, ecc.
La tendenza attuale è per il raggruppamento. Tutte queste forme appartengono al sottordine degli Uomini o Ominoidei, o anche degli Antropiani, fra i quali si distinguono due famiglie:
- La famiglia degli Australopitecidi, che comprende gli Australoantropi : Paraaustralopitechi, Australopitechi, Zinjantropi, Parantropi, ecc. che vengono talvolta indicati globalmente col termine Australopitecini .
- La famiglia degli Ominidi con, in linea di massima, un solo genere, Homo, e che comprende quattro gruppi di esseri umani:
1 - Homo habilis, che è un Australopitecino, ma che deve essere disgiunto dagli Australopitecidi in senso stretto;
2 - gli Arcantropi (in greco, arkhaios = «antico») termine che accomuna tutti i «Pitecantropi» (ossia il Pitecantropo di Giava, il Sinantropo, l'Atlantropo, l'Uomo di Heidelberg ed alcuni fossili isolati intermedi);
3 - i Paleantropi ( palaios = «antico») rappresentati dalle varietà di Neanderthaliani finora rinvenute, che formano, secondo l'espressione di André Leroi-Gourhan, una «compagnia alquanto eteroclita»;
4 - i Neantropi, ossia l' Homo sapiens, comprese le sue razze estinte come quella dell'Uomo di Cro-Magnon.
Siccome tutti questi fossili sono del genere Homo, conviene dire teoricamente Homo erectus e non più Pithecanthropus erectus, Homo pekinensis e non più Sinanthropus pekinensis. Infine, siccome l'Uomo di Neanderthal non è poi talmente diverso dall'Homo sapiens classico (soprattutto quando si considerano come appartenenti al genere Homo degli esseri così lontani come Homo habilis ), viene attualmente ritenuto, in tutto rigore, Homo sapiens neanderthalensis, mentre l'Uomo di Cro-Magnon diventa Homo sapiens sapiens .
Questo problema d'etichette ha un suo interesse; esso corrisponde ad uno sforzo di sintesi sempre più accentuato, reso possibile dai numerosi risultati ottenuti dalla paleontologia dopo la scoperta del 1856. Ricordiamo tuttavia che la maggioranza degli autori usa sempre le vecchie denominazioni. Faremo lo stesso in questo libro quando si tratterà d'indicare il nome italiano (ossia se si vuole, il nome «volgare»); la denominazione latina binominale seguirà la nuova nomenclatura ed eventualmente ricorderemo quella anteriore (nel caso fosse possibile confondersi).
L'albero genealogico dei Primati
Descriveremo oltre i caratteri anatomici dei diversi fossili di Ominoidei. Basandosi su questa descrizione, e tenendo conto di rinvenimenti intermedi, la paleontologia è in grado di proporre una classificazione genealogica delle forme umane. D'altronde, le nostre conoscenze sui Primati dell'era terziaria (Scimmie e Lemuri) e più particolarmente sulle scimmie d'aspetto umano (= Antropomorfe), ci permettono d'indicare alcuni ceppi interessanti. In linea di principio, un tale albero genealogico dovrebbe essere posto alla fine dello studio sommario che segue. Ma, poiché i nostri lettori non sono degli specialisti in paleontologia, risulterà loro più agevole avere una visione d'assieme della storia dei Primati, non fosse altro che per valutare nella loro reale portata i dettagli che verranno forniti a proposito dei fossili umanoidi.
Gli Uomini fossili.
Nella maggioranza dei casi i documenti degli uomini fossili sono scarsi: il Pitecantropo di Dubois si riduce ad una calotta cranica, due denti ed un femore; l'Uomo di Heidelberg ad una mandibola, ecc. Tuttavia, partendo da questi frammenti, è possibile fare delle ricostruzioni più o meno precise, grazie agli insegnamenti dell'anatomia comparata. Inoltre, le scoperte si completano, talvolta a parecchi anni di distanza, e le precauzioni prese dagli scienziati, un tempo frequentemente fuorviati dai propri pregiudizi o dalle idee preconcette, diminuiscono le possibilità di errori grossolani. Inoltre, i metodi stratigrafici e le misurazioni della radioattività permettono delle datazioni assolute, con un margine d'errore accettabile.
Infine, è assai spesso possibile fare dei collegamenti fra resti umani fossili ed industrie preistoriche, il che permette datazioni comparative e l'elaborazione di ipotesi circa il grado di evoluzione degli Ominoidei studiati.


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